Siria/ Sulle Tracce di San Paolo

 

Sulle tracce di San Paolo

nella multireligiosa Damasco

dal nostro inviato ORAZIO LA ROCCA

DAMASCO - Miracolo in Medio Oriente. Più precisamente, a Damasco, in Siria, area "cuscinetto" tra paesi caldi come Iraq, Libano, Israele, da qualche giorno presa d'assalto da un fiume sempre più crescente di viandanti, turisti e pellegrini provenienti da tutto il mondo per andare alla riscoperta delle tracce di S. Paolo. Tracce ancora vive, impronte rimaste incise nelle pietre delle chiese, lungo gli antichi tracciati stradali, persino nelle moschee, che parlano in maniera inequivocabile dell'Apostolo delle Genti, comunemente considerato come il vero fondatore del cristianesimo. Vale a dire di quel Saulo di Tarso ribattezzato poi Paolo, fariseo e cittadino romano, che per un misterioso disegno divino da feroce persecutore della prima chiesa di Gerusalemme e delle prime comunità cristiane della Palestina, diventò il testimone di punta della morte e resurrezione di Cristo fuori dai confini della Terra Santa, fino a Roma, il cuore dell'impero romano, dove fu decapitato.

Quasi venti secoli dopo quel martirio, in Siria - paese a stragrande maggioranza musulmana con circa il 90 per cento della popolazione seguace di Maometto - sono ancora tanti i segni che "parlano" di lui e che lo ricordano nei luoghi dove visse e predicò, a partire dal posto dove fu folgorato e sbattuto a terra, perdendo la vista per giorni, lungo la via Retta nei pressi di Damasco, il luogo della sua conversione-rinascita che lo portò a cambiar vita e a iniziare la sua missione al servizio dei cristiani.

Segni, tracce e impronte dei primi passi cristiani in terra di Siria ritornati prepotentemente alla ribalta con l'avvio dell'Anno Paolino voluto da papa Benedetto XVI - che lo ha aperto il 29 giugno scorso nella basilica di S. Paolo fuori le mura, a Roma, e che lo concluderà il 29 giugno del 2009 - per ricordare i 2000 anni della nascita dell'apostolo, avendo visto la luce, stando a una consolidata tradizione, l'anno 8 dopo Cristo a Tarso (oggi città turca).

Ma - per un altro misterioso disegno - a parlare di Saulo sulla spinta dell'Anno Paolino non sono solo i cattolici, ma tutte le confessioni cristiane da sempre radicalizzate in Siria e a Damasco (ortodossi, greci-melkiti, armeni, assiri, evangelici...), malgrado secoli di divisioni e di lotte fratricide, unitamente alle comunità musulmane che vedono in S. Paolo uno dei grandi profeti che hanno contribuito a diffondere la parola dell'unico Dio di Abramo, padre comune delle tre grandi religioni monoteiste. E mai, come in questo periodo, Damasco sta mostrando qual è e quale è sempre stato il suo volto più vero e genuino, cioè l'immagine di città interreligiosa per antonomasia, dove - malgrado i venti di guerra, di intolleranza e di violenza terroristica alimentata dal fondamentalismo islamico che soffiano su tutto il Medio Oriente - si può veramente toccare con mano che il miracolo del dialogo e della convivenza tra fedeli di religioni differenti è veramente possibile.

Risultato, la multireligiosità di Damasco - una metropoli di circa 6 milioni di abitanti - sembra aver plasmato l'estetica stessa della città, nelle architetture damascene in stile bizantino, nelle infinite viuzze del centro storico-casbah e nei disegni urbanistici che in maniera viva, convulsa e apparentemente poco ordinata, hanno dato forma e carattere a tutti gli insediamenti cittadini, a partire dalle zone più antiche dove l'anima araba pulsa nei vicoletti, nelle botteghe, nelle case e nei luoghi di culto. Un'anima che vibra in maniera ancora più forte e caretterizzante in centinaia di grandi e piccoli minareti, posti a guardia di altrettante grandi e piccole moschee, come la storica moschea Omaya risalente all'anno 705 d. C., luogo simbolo della fede islamica dove è custodito, tra l'altro, il mausoleo in cui - secondo la tradizione - è sepolta la testa di S. Giovanni Battista e per questo visitato e venerato anche dai cristiani.

"Nel 2004 ci fece visita anche papa Giovanni Paolo II, malato e sofferemte, sostò qui in preghiera e fu una altissima testimonianza di dialogo e di incontro interreligioso", ricorda con commozione Jamal Mustafa Arab, direttore della moschea, al quale fa eco padre Cesare Atuire, amministratore delegato dell'Opera Romana Pellegrinaggi - invitando un gruppo di fedeli italiani che accompagna a sostare davanti alla tomba di S. Giovanni Battista, dentro la moschea, "per una breve recita da cristiani". La tappa alla grande moschea di Damasco è uno degli appuntamenti classici dei viaggi organizzati per quest'anno a Damasco dall'Opera Romana Pellegrinaggi, l'ente vaticano dei tour religiosi che, dopo la Terra Santa in Israele, Fatima in Portogallo, Lourdes in Francia e Santiago di Compostela in Spagna, ora ha allargato il suo orizzonte operativo anche sulle strade paoline della Siria. Il gesto di padre Atuire - confessa con soddisfazione Jamal Mustafa Arab - "per noi è una cosa normale perché i cristiani hanno sempre avuto libero accesso in moschea dove hanno sempre potuto raccogliersi nelle loro preghiere. Con l'Anno Paolino ce ne saranno ancora di più".

Sembra, quindi, che tutti i siriani, a partire da Damasco, con le celebrazioni avviate per i duemila anni di S. Paolo, oltre a riscoprire la componente cristiana delle loro radici, vogliano quasi "riappropriarsi" di un personaggio, Saulo, che partendo dalla loro terra ha contribuito in maniera determinante a cambiare il corso della storia dell'Oriente e dell'Occidente. E' una riscoperta a cui partecipano praticamente tutti i siriani, senza distinzioni, istituzioni religiose, autorità cittadine e governative che - forse anche spinte dall'inedito afflusso di turisti e pellegrini - hanno preso parte attivamente all'inaugurazione dell'Anno Paolino.

E' una sensazione che si può cogliere seguendo proprio il percorso paolino di Damasco, partendo dal luogo della folgorazione alle porte della città lungo la via Retta (citata anche negli Atti degli apostoli) dove il mese scorso è stato inaugurato il Memoriale di S. Paolo, una caratteristica chiesa-cavea tutta in pietra viva progettata da due architetti italiani, Luigi Leoni e Chiara Rovati della Fondazione "Frate Sole" di Pavia. Dal Memoriale della conversione altra tappa obbligata e la chiesa di S. Anania, l'apostolo che, sollecitato in sogno da Gesù, soccorse Paolo dopo la folgorazione, lo portò nella sua casa, lo rifocillò e lo battezzò. Anche questo un episodio-chiave della storia paolina riportata dagli Atti degli apostoli che, oggi, è possibile rivivere in un certo senso perché quell'antica casa di Anania è rimasta quasi intatta nel cuore del centro storico della città. Oggi è una suggestiva chiesa, ubicata su due piani. Anch'essa tutta in pietra chiara. Nel piano inferiore, in due piccoli ambienti di pietre vive, abbrunata dal logorio del tempo e dai fumi dei ceri, secondo la tradizione Saulo di Tarso vi fu battezzato e chiamato Paolo.

La terza importante tappa del tour paolino è la Porta detta di Bab Kissa, uno dei sette accessi alla antica città di Damasco quando era circondata dalle mura. Da questo posto, Paolo per sfuggire ai suoi persecutori che volevano ucciderlo, fu messo in salvo dai suoi discepoli che lo calarono in strada di notte nascosto in una cesta. L'apostolo, poi, si ritirò per 14 anni a pregare nel deserto arabo da dove fece ritorno a Gerusalemme. Dopo altre vicissitudini - alimentate da ripetuti tentativi di condanna delle autorità giudaiche, ma anche una certa diffidenza dei primi seguaci degli apostoli suoi ex nemici - da Gerusalemme iniziò i suoi viaggi che lo avrebbero portato a Roma. Dalla porta Bab Kissa è stata ricavata una chiesa dedicata a S. Paolo, oggi oggetto di culto e di visite di pellegrini di tutto il mondo.

http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/esteri/viaggio-siria/viaggio-siria/viaggio-siria.html

 

POL - Siria: luci, ombre e sfide della liberta' religiosa

(dall'inviato)

Damasco, 31 lug (Velino) - La Siria "è un esempio di convivenza delle comunità cristiano-musulmane per il mondo intero": a Damasco lo ripetono tutti, e non sono solo parole. Tra gli altri lo conferma con vigore padre Antonio Musleh, parroco della cattedrale greco-melchita cattolica di Damasco, intitolata a San Giovanni damasceno. Lo abbiamo incontrato nella capitale siriana grazie a una iniziativa promossa dall’Opera romana pellegrinaggi in collaborazione con il governo siriano. "I cristiani vivono benissimo. C’è tolleranza" afferma il sacerdote. Quanto alla libertà religiosa "dipende cosa si intende, non dobbiamo pensare alla libertà in termini occidentali. Dentro la comunità siamo liberi di fare tutto, processioni, riti…ci sono però alcuni limiti perché la legge è religiosa". Un esempio è la legislazione sul matrimonio e la famiglia, che fa capo alle singole confessioni, con tanto di tribunali. In caso di matrimoni misti per esempio, spiega padre Antonio, la questione è molto complessa, soprattutto con i musulmani. Due anni fa è uscito il nuovo statuto per i cattolici in Siria: "Buona parte è ripreso dal codice di diritto canonico e approvato come legge dello Stato" spiega il sacerdote.

La chiesa melchita sorge nel quartiere in cui san Paolo ha vissuto per il primo periodo dopo la conversione. A pochi minuti c’è la "Domus Ananiae", la casa di Anania, uno degli anziani della comunità cristiana primitiva di Damasco, che fu inviato a Paolo per accoglierlo definitivamente nella comunità. In questa terra l’Anno paolino, da poco inaugurato dal Papa in occasione dei 2000 anni della nascita dell’Apostolo delle genti "ha un grande significato per Damasco, per tutti i cristiani e per tutto il mondo" dice padre Antonio. Nella capitale siriana l’Anno paolino è stato aperto da tre giorni di festa, a cui hanno preso parte non solo i cristiani, ma anche i musulmani, un evento cittadino di grande rilievo. Diverse sono le iniziative legate a questo anno speciale: pellegrinaggi, convegni, e anche dall’Italia, a ottobre, giungeranno 130 membri della Conferenza episcopale per un pellegrinaggio sui luoghi paolini. "San Paolo è arrivato a Damasco per uccidere i cristiani ed è andato via per portare a tutti la pace di Cristo. Oggi abbiamo tante guerre e conflitti e abbiamo bisogno di questa pace" dice padre Antonio Musleh.

Gli ebrei "sono usciti dalla Siria da tanti anni" per questioni politiche – racconta il sacerdote melchita -. Con i musulmani viviamo da secoli, e finora, e sottolineo finora, grazie al Signore in Siria non abbiamo mai avuto problemi" anche se "con quel che succede intorno a noi non possiamo essere sicuri". Siamo in Medio Oriente, occorre non dimenticarlo dice padre Antonio. La guerra fa da sfondo praticamente costante alle vicende di questi Paesi. Detto questo, la sfida più grande, anche per i cristiani, è "il lavoro. Prima di tutto c’è un problema economico. La seconda sfida, per me – continua padre Antonio Musleh – è questa atmosfera che c’è attorno, di rabbia e di odio. È vero, la guerra è in Iraq, ma anche in Siria sento tutto ciò che succede e arriva tutto". Proprio la Siria si propone come un laboratorio bene avviato di convivenza tra le diverse chiese cristiane (oltre 20) e religioni. Tre anni fa, alla periferia di Damasci è stata eretta una parrocchia cattolica-ortodossa, primo esperimento nel mondo. Intitolata ai santi Paolo e Pietro, la comunità ha due parroci: uno ortodosso e uno cattolico. Il Natale viene celebrato insieme, secondo il rito cattolico, mentre ancora si celebrano due pasque distinte.

La Fonte: il velino

Il Gran Muftì di Siria invita il Santo Padre

In occasione dell'anno giubilare dedicato a San Paolo

di Mirko Testa

DAMASCO, venerdì, 1° agosto 2008 (ZENIT.org).- Il Gran Muftì di Siria, Ahmad Badr El Din El Hassoun, ha invitato Benedetto XVI a visitare il suo Paese in occasione dell'Anno Paolino.

In un incontro a Damasco con un gruppo di giornalisti partecipanti a un tutorial organizzato dall'Opera Romana Pellegrinaggi per ripercorrere le orme dell'Apostolo delle Genti e svoltosi su invito del Ministero del Turismo siriano, la massima autorità musulmana sunnita della Siria ha rilanciato il dialogo cristiano-musulmano in vista della pace mondiale.

"Quello che voglio far sapere al Santo Padre - ha detto - è che in questo periodo Damasco è la capitale della cultura araba e nello stesso tempo è la capitale dell'Anno di San Paolo", indetto da Benedetto XVI dal 28 giugno 2008 fino al 29 giugno 2009 per celebrare il bimillenario della nascita di Paolo di Tarso.

E' sulla via di Damasco infatti che San Paolo, fino ad allora feroce persecutore dei cristiani, ebbe la sua conversione, dopo aver visto il Signore avvolto in una luce sfolgorante.

"Sarei tanto lieto se il Santo Padre volesse accettare il nostro invito a visitare la Siria in quest'anno", ha detto il Gran Muftì, che ha anche auspicato un incontro privato a Roma con il Pontefice in preparazione della visita.

A questo proposito, ha rivelato di voler riferire di persona al Papa quanto già detto il 15 gennaio scorso a Strasburgo, intervenendo davanti agli eurodeputati riuniti in seduta solenne.

In quell'occasione il Gran Muftì aveva parlato della necessità di un fruttuoso dialogo interculturale in vista della coesistenza pacifica tra i popoli a partire dai fondamenti comuni delle diverse religioni, perché "la cultura dello spirito, sia essa cristiana o musulmana, conferisce all'umanità la sua dimensione morale".

Successivamente, ha espresso la speranza che "il Vaticano possa avere un qualche ruolo nel piantare il fiore della pace nel Vicino Oriente".

Il Gran Muftì si è quindi lasciato andare a una battuta per stemperare ulteriormente le violente critiche che hanno fatto seguito al discorso tenuto dal Papa all'Università di Ratisbona nel settembre del 2006.

"Si litiga con la moglie ma l'amore si accresce - ha commentato -. In fondo fra religiosi, intellettuali, non c'è litigio ma dialogo e discussione. E io spero che il Santo Padre abbia un ruolo fondamentale nella pace del mondo".

Il Gran Muftì ha quindi ricordato l'accorato appello di Giovanni Paolo II a non costruire muri ma ponti di dialogo in riferimento al muro di divisione voluto da Israele.

"Il Vaticano ha avuto un ruolo fondamentale nell'abbattimento del muro di Berlino - ha osservato - e spero che possa giocare un ruolo simile nel distruggere il muro che si sta costruendo nella terra della pace".

Benedetto XVI ha disposto dal canto suo di inviare un delegato speciale il 29 giugno in tutti i Paesi che conservano le tracce della memoria paolina.

Damasco (Siria): un esempio di convivenza

Ce ne sono tante, antiche e moderne un po’ dovunque, cadenti e piccolissime o in modernissimo stile Siria di Assad, fieramente araba e aperta al mondo, un modello per il Medio Oriente.

A fianco si vedono anche le tante chiese cristiane, tutte antichissime e autoctone: gli armeni ortodossi con le loro croci che scandiscono il tempo fermo al 1915, la data del genocidio. Poi ci sono i protestanti, e i cattolici con tutti i loro riti dai greci, ai melchiti fino ai latini.

Tolleranza e regime autoritario, accoglienza, come vuole la tradizione siriana da secoli o effetti di un regime che è ormai stretto da ogni parte dal resto del medio oriente?

La Grande Moschea nella città vecchia, è costruita su un antico tempio arameo, poi tempio di Giove, basilica bizantina e infine luogo di culto islamico. E’ il cuore della vita sociale e commerciale dei musulmani, cioè il 90 per cento della popolazione. Poco lontano si vedono le croci delle antiche costruzioni cristiane. In molti di quegli edifici vengono accolti i profughi che hanno lasciato l’Iraq insanguinato. «Fuggono dalla guerra e la portano con loro», dice Padre Antonio parroco della dei greco-cattolici a San Giovanni Damasceno. All’ ingresso del cortile la grande foto della visita del papa nel 2001. «I cattolici stanno benissimo qui, per ora», dice.

In effetti il governo tiene molto al modello di convivenza tra fedi e riti, praticamente unico in Medio Oriente dopo la fine dell’ era aurea del Libano. C’è anche un certa libertà religiosa «certo, non come la si intende in occidente», prosegue padre Antonio. Il governo lascia libero il culto ma vuole controllare.

Ogni chiesa ha un suo regolamento per la vita civile. Ma se una ragazza cristiana vuole sposare un musulmano, deve convertirsi. La Chiesa cattolica Greca ha da poco uno statuto che è diventato legge dello Stato dopo essere stata approvata dal governo. I cristiani possono rimandare la leva pagando una tassa e a scuola, quando suona la campanella dell’ora di religione, gli alunni si separano in diverse classi con i propri insegnanti. L’unica religione che manca è quella ebraica. Negli anni ’70 sono andati via tutti. «La politica», dice con un sospiro il parroco di San Giovanni. Il quartiere ebraico, un tempo animato e vivace, ora è svuotato e la sinagoga deserta. Qualche tempo fa il Mufti della Repubblica ha accompagnato 25 giovani ebrei a rivedere il loro quartiere. Badr al Deen Hassoom è un "profeta" del modello siriano e uno dei firmatari della lettera dei 138. Dice che bisognerebbe creare una grande zona franca nel Mediterraneo senza armi né droga, senza guerra, senza fondamentalismi.

A Damasco e in tutta la Siria i cristiani possono costruire chiese e scuole. E quando in qualche città europea ci sono problemi per costruire una moschea, il Muftì si adopera in prima persona, come ha fatto una volta in Germania: ha riunito cristiani, ebrei e islamici attorno ad un tavolo e alla fine alla posa della prima pietra c’era anche il sindaco.

«Non si devono costruire moschee monumentali, non serve neanche un minareto, basta una mezzaluna sul tetto, la moschea deve solo servire al culto, non deve essere una provocazione». E se non si riesce a costruire, si chiede una sala in prestito. Ma si apre un altro fronte di dibattito.

A Damasco, nella grande moschea degli Omayyadi, la prima mai visitata da un papa, Giovanni Paolo II nel 2001, le donne entrano velate da capo a piedi, ma arrivano fino alla tomba di San Giovanni il Battista. Una tradizione vuole che ci sia la sua testa nel monumento davanti al quale ha pregato il Papa e quì in molti si fanno il segno della croce. «Per strada non si distingue un musulmano da un cristiano», spiegano i preti ortodossi e cattolici.

Ma la paura per i venti di fondamentalismo che soffiano anche su Damasco dai paesi confinanti spaventa la minoranza cristiana e i profughi iracheni che arrivano dopo aver perso tutto e cercano di rifarsi una vita in Siria. I loro figli frequentano le scuole, ma le famiglie sono povere, crescono la prostituzione e i piccoli furti, la sfida più grande è l’incertezza, nonostante la volontà di costruire uno stato laico.

La Fonte: Il secolo it

Papa;Il Gran Mufti' di Damasco lo invita in Siria: lo aspettiamo

Spero accolga invito a ripercorrere insieme le orme di san Paolo

Damasco, 1 ago. (Apcom) - "Aspettiamo il Papa in Siria. Vorrei rivolgere un invito al Santo Padre a visitare il nostro Paese, e a seguire le orme di San Paolo. Anche io sono disponibile a un incontro in Vaticano, mi piacerebbe vederlo a tu per tu per programmare insieme la visita". Invito del Gran Mufti' della Siria, Ahmad Badr El Din El Hassoun, a visitare il paese siriano in occasione dell'Anno Paolino indetto da Benedetto XVI.

"Vorrei avere un incontro a tu per tu con lui - rivela il mufti' incontrando alcuni giornalisti nella capitale siriana nel corso di un summit promosso dall'Opera Romana Pellegrinaggi - Damasco è la capitale della cultura araba e la capitale dell'Anno Paolino. Sarei lieto se il Papa accettasse il nostro invito". Il gran mufti' e' tra i 138 intellettuali musulmani che ha firmato la lettera dopo il 'caso Ratisbona', quando alcune dichiarazioni di Papa Ratzinger pronunciate all'Universita' tedesca provocarono reazioni negative nel mondo islamico. "Sì, l'ho firmata anche io - risponde - e poi c'è stata anche una corrispondenza privata fra me e il Santo Padre". Dunque il caso Ratisbona è chiuso? "Si litiga con la moglie, ma l'amore si accresce. Il dialogo non si chiude mai - sottolinea il leader islamico - in fondo non c'è stato un litigio. C'è dialogo, fra religioni e intellettuali ci sono continue discussioni. Il Papa è a capo dei cattolici nel mondo, ogni leader religioso ha il compito di diffondere la pace. Anche il Papa spero svolga il ruolo fondamentale nel portare la pace nel mondo".

Per il Gran Mufti', "il Vaticano ha sempre svolto un ruolo fondamentale nell'abbattere 'muri', come quello di Berlino. Ora spero che il Papa, che fin dall'inizio del suo Pontificato ha detto che in Israele non servono muri ma ponti - sottolinea - contribuisca ad abbattere il muro nella terra della pace".

La suaanalisi parte da due casi esemplari: le vignette contro Maometto pubblicate in Danimarca e il 'discusso' discorso del Papa all'Università di Ratisbona. "Sono state due notizie disastrose e dannose per il nostro mondo - afferma - e' una provocazione partita dai media e il giornalista che ha portato questo messaggio è un criminale. Il giornalista deve essere profeta di bene e di pace, solo in questo caso sarà messaggero di bontà. Ma se produce il male, distruggel'umanità". In particolare, soffermandosi sul dossier Ratisbona, il mufti' osserva: "Il Papa stava parlando di un fatto storico e non stava criticando le religioni. Era una conferenza accademica, ma i media hanno cambiato il suo pensiero in una idea contro le religioni. È stato come un complotto di certi giornalisti, per dividere il mondo su base religiosa. È questa una delle cose più pericolose in questo momento".

Da qui la condanna a ogni forma di uso delle religioni per legittimare le guerre. "Non giochiamo con la religione. Spesso ci sono persone che usano le religioni per fatti politici. E diciamo: non vi uccidete nel nome della religione. No c'è una guerra santa, la guerra non può essere mai santa. L'uomo non può mai uccidere nel nome di Dio - conclude - Dio non ci ha creato per ucciderci".





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