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Prima intervista del leader di Damasco dopo la
crisi
di Beirut e gli ultimatum lanciati da Washington
Assad: "Nel mirino degli Usa ma avranno bisogno di noi"
Il presidente siriano: "Saremo necessari per la pace"
DAI NOSTRI INVIATI ALIX VAN BUREN e NICOLA LOMBARDOZZI

DAMASCO - Bashar al Assad, il presidente siriano, è nettissimo: "Saremo
noi il prossimo obiettivo d'Israele e della Casa Bianca? Era già tutto scritto
da tempo. L'Iraq era il primo passo. Poi sarebbe toccato all'Iran e alla Siria.
Ma non è detto che le cose vadano così". In queste terre e di questi tempi è
possibile ogni sorpresa. Eccolo qui il raìs che Washington vorrebbe mettere
sotto scacco, e Israele minaccia d'attaccare: il giovane presidente Al Assad,
erede di quell'Hafez Al Assad che l'Occidente appellava Sfinge di Damasco,
Bismarck del Medio Oriente per la "feroce intelligenza" (diceva Kissinger) con
cui studiava abili mosse sullo scacchiere mediorientale, e che ora sorride
benedicente da un ritratto incorniciato nello studio privato del palazzo
presidenziale. Questa è la prima intervista concessa dopo la crisi di Beirut e
gli ultimatum pronunciati da Washington.
Cinque anni al potere non hanno cambiato Bashar Al Assad: bella faccia, baffetti,
due occhi che sembrano indulgenti. Un giovane dottore prima avviato a una
carriera di oftalmologo, e poi diventato presidente suo malgrado: catapultato al
potere a 34 anni alla morte del padre, nel luglio 2000. Oculista, avrà la vista
più aguzza, si dissero i pretoriani del partito Baath, e per accomodare la sua
giovane età modificarono i termini previsti dalla Costituzione. Educato in
Europa, abbraccerà la modernità, si dissero i siriani, e infatti lo acclamarono.

Signor presidente, gli Stati Uniti alzano il tono delle accuse, Israele
minaccia un blitz. Lei è a capo di un Paese a volte definito "Stato canaglia".
Che effetto le fa?
"Nonostante le apparenze, non mi sento affatto isolato. È vero, i rapporti
euro-atlantici si vanno ricucendo a nostre spese. A prima vista, però. Infatti
restano molte differenze su alcuni punti cardine, ad esempio le scelte
internazionali, la stabilità. E l'Europa sa che il nostro primo interesse è la
stabilità. Sa che noi possiamo collaborare nella lotta al terrore, perché
sappiamo farlo: lo abbiamo combattuto negli anni Settanta e Ottanta. Già altre
volte Washington ci ha imposto isolamento e sanzioni. E ogni volta il cerchio
attorno a noi non s'è chiuso.
E adesso? Siamo alla resa dei conti con Washington?
"Non lo credo, per ora siamo alle schermaglie. Certo, il linguaggio della Casa
Bianca, letto in controluce, lascia presagire una campagna simile a quella che
ha preceduto l'attacco all'Iraq. Ci imputano la responsabilità morale della
morte dell'ex premier libanese Hariri. Però la polemica sull'attentato di Beirut
è stata molto montata. È innegabile: c'è stata una falla nell'intelligence. Ma
pochi ricordano che i nostri servizi hanno lasciato da tempo la capitale. Se
avessimo davvero ucciso Hariri, per noi equivarrebbe a un suicidio politico.
Infatti, al di là dei principi etici e umani, la domanda d'obbligo è questa: a
chi giova? Alla Siria certo no".
Facciamo il nome dei sospetti?
"Io non voglio criminalizzare nessuno né anticipare giudizi. Ai primi posti
nell'immaginario mediorientale ci sono Siria e Israele. Ma se volete vi dico
questo: in Libano esistono gruppi in grado d'organizzare azioni di quella
portata. Se n'è vista più d'una in questi anni: l'assassinio di Hobeika (ex capo
delle milizie cristiane ucciso nel 2002, ndr), l'autobomba contro un esponente
di Hamas. Ma aspettiamo i risultati dell'inchiesta".
Bush ha detto che la palla adesso è nel vostro campo. Ha messo a punto un
elenco di richieste: la piena applicazione della risoluzione Onu 1559, e cioè il
ritiro delle truppe siriane e dell'intelligence dal Libano, elezioni a Beirut
senza interferenze. Presidente, lei come risponde?"Ci sono due risposte: la
prima è che il nostro referente è l'Onu, da cui proviene la risoluzione 1559. La
rispetteremo come ogni altra risoluzione, giusta o sbagliata. È in corso una
missione, verrà stilato un rapporto. La seconda risposta è che le nostre truppe
ripiegheranno lungo le frontiere con la Siria, ma schierate sul versante
libanese. Del resto, l'ultimatum di Washington è piombato con scarso tempismo:
per il 60 per cento delle forze il ritiro era già iniziato dal 2000. Vedete,
farle stazionare all'estero non è nel nostro interesse: comporta un alto prezzo,
sia in termini economici sia politici. Però la posta in gioco è altissima: tocca
il cuore della stabilità del Libano e delle nostre frontiere".
Già, ma l'opposizione libanese ribatte che il troppo è troppo: ospiti
invitati, siete rimasti troppo a lungo?
"Non per piacere. È vero, siamo stati dieci anni più del previsto. Ma osservate
la storia recente: la guerra civile è finita nel 1990; si trattava di
ricostruire l'esercito, di riedificare il Paese su basi laiche e non
confessionali: questo ci chiedeva l'accordo di Taif, con la clausola che i due
governi avrebbero concordato in un secondo momento il ritiro definitivo. Quel
che non si prevedeva era il protrarsi dell'occupazione israeliana nel Sud del
Libano, fino al 2000. E c'erano in quei giorni speranze di pace per l'intera
regione, Invece oggi eccoci qui, con la guerra che infuria ai confini. Vedete
quelle montagne fuori della finestra? Ebbene nell'82 Israele arrivò fin lì, a
una manciata di chilometri da Damasco. Sotto il profilo tecnico, il rimpatrio
può avvenire entro l'anno. Però, sotto il profilo strategico, ciò accadrà
soltanto se otterremo garanzie serie. In una parola: la pace".
Le piazze di Beirut hanno dichiarato un'intifada pacifica. Presidente, non
teme una nuova Ucraina?"No, chi si aspetta l'Ucraina nel Paese dei cedri
s'illude. Vedete, il Libano è complesso, bisogna saperlo interpretare. È una
società per certi versi tribale, frazionata fra comunità che spesso si sono
scontrate fra loro nella storia. Gli alleati di oggi sono i nemici di ieri, e i
sodalizi mutano di stagione in stagione, tanto più adesso in campagna elettorale.
Ma se qualcuno dall'esterno volesse attizzare le fiamme, ogni scivolata può
avere conseguenze disastrose. Il Libano però non è che un pretesto. Il vero
obiettivo di Washington è un altro".
Quale?
"È l'Iraq, una guerra che noi non abbiamo mai accettato. Washington ci accusa di
scarsa collaborazione, di alimentare la guerriglia. Ma in verità ci chiedono di
rimediare ai loro tanti errori: la dissoluzione dello Stato, delle forze
militari. Il problema è l'assenza di un progetto globale. L'unico piano vincente
è quello che coincida con i desideri degli iracheni".
A proposito dell'ostilità verso l'invasione dell'Iraq, sarebbero molti i
giovani del suo paese che passano il confine per andare a combattere contro gli
americani. La Casa Bianca vi imputa di non controllare a sufficienza la
frontiera. È così?
"No, che non è così. Quei confini porosi sono un pericolo anche per noi: da lì
arrivano armi, contrabbandieri e manovalanza del terrore. Con i nostri mezzi è
impossibile controllare cinquecento chilometri di sabbia senza una strada. Se
avessimo potuto sigillarli, l'avremmo fatto ai tempi di Saddam, quando
infiltrava Tir carichi di tritolo per farli esplodere nelle nostre piazze.
Perciò io ho chiesto aiuto agli americani".
Proprio agli americani?
"Sì, ho ricevuto un inviato del Pentagono, ne ho parlato col Dipartimento di
Stato. Ho chiesto visori notturni e sistemi radar, più o meno la stessa
tecnologia che loro usano ai confini col Messico. Ho persino proposto in ottobre
la creazione di pattuglie miste, siriane e americane".
Cosa le hanno risposto?
"Sto ancora aspettando".
E poi c'è il grosso scoglio di Hezbollah. Voi non avete mai nascosto il
sostegno a un'organizzazione che Washington definisce terrorista. Israele vede
la sua mano dietro l'attentato di venerdì a Tel Aviv. Sono nuove durissime
accuse indirizzate a Damasco.
"Se vogliamo parlare di terrore, allora cominciamo col dire che Hezbollah è un
movimento nato per combattere in Libano l'invasione israeliana nel 1982. Il suo
raggio d'azione è limitato al territorio libanese. Non colpisce in Israele, a
differenza di gruppi come la Jihad islamica. È anche un partito politico, con 11
deputati in Parlamento. Perciò non si può liquidarlo, mescolandolo nel calderone
del terrore. Non a caso l'Europa è restia a includerlo nell'elenco dei gruppi
terroristici. Lo stesso Hariri stava mediando con la Ue per evitarne
l'inclusione".
La Jihad islamica appunto ha rivendicato da Damasco l'attentato a Tel Aviv.
Israele vi considera implicati.
"È un'accusa inutilmente ingiuriosa. La Siria non c'entra affatto. L'ufficio
della Jihad islamica qui è chiuso da anni. Restano alcuni esponenti politici,
sono stati espulsi da Israele. Ma noi, a nostra volta, dite, dove dovremmo
espellerli?".
Il nuovo governo palestinese si è affrettato a esprimere alla Siria la
propria solidarietà. È il segno di una nuova intesa fra Damasco e i vertici
palestinesi? Per vent'anni, prima che lei fosse presidente, Arafat era stata
persona non grata sul suolo siriano. Cos'è cambiato?
"Io avrei voluto incontrarlo. Ma poi c'è stato l'assedio alla Muqata, lui non
poteva viaggiare. Adesso lavoriamo in stretto contatto con il presidente
palestinese Abu Mazen. Appena eletto è venuto a Damasco. Abbiamo una priorità:
ricomporre l'unità fra le diverse fazioni palestinesi, proprio per scongiurare
pericolose derive. Perciò, vedete, è fuor di luogo additare la Siria come una
forza destabilizzante".
Il primo ministro Sharon pretende da lei una dimostrazione della sua volontà
di pace. E nella prima intervista a un giornale arabo, si è definito lui stesso
un uomo di pace.
"Perdonate se sorrido. Detto ciò, per la Siria l'accordo con Israele è una
scelta strategica. Sharon dice di non credere alla sincerità delle mie offerte,
ma allora perché non verificare? I parametri della pace li conosciamo già. Basta
sedersi e negoziare".
Suo padre, il presidente Hafez Al Assad, sosteneva di voler lasciare in
eredità la pace. Di recente è venuto fuori che nel 2000 l'intesa era quasi
conclusa. Come andarono le cose?
"Andarono così: il presidente Clinton chiamò mio padre al telefono. Lo convocò a
un vertice a sorpresa. Gli disse, vieni, vedrai, sarai soddisfatto. Aveva
ricevuto assicurazioni dal premier israeliano Barak. Clinton incontrò mio padre
a Ginevra. L'accordo era sulla restituzione del Golan a eccezione di una fascia
larga cento metri lungo il Lago di Tiberiade. All'ultimo istante Barak si tirò
indietro. Fu preso dal timore prima di salire a bordo dell'aereo che doveva
condurlo al vertice. Capì che Israele non era pronto alla pace, che lui non
aveva un sostegno politico alle spalle. E invece la Siria era pronta. Già con
Rabin avevamo sfiorato la pace. Poi Rabin è stato ucciso, e con lui le speranze".
Per Israele la ripresa dei negoziati deve avvenire senza precondizioni. È una
proposta accettabile?
"Bisogna prima intendersi sul significato del termine "precondizioni". Che cosa
vuol dire? che si può avviare un dialogo purché non si riparta dai risultati del
1994 e del 2000? Beh, se è così, allora come vogliamo definirla se non una
precondizione? Per la Siria, lo ripeto, la pace è una scelta strategica. Per
Israele, invece, cambia di governo in governo".
L'America le rimprovera di non essere al passo coi tempi, di non adeguarsi
alla trasformazione democratica del Medio Oriente.
"La rapidità è un concetto del tutto soggettivo. La verità è che abbiamo
compiuto passi importanti. I nostri problemi si chiamano riforma burocratica e
amministrativa, modernizzare un enorme carrozzone, cambiare la mentalità della
gente, sostituire la creatività alla dedizione, estirpare la corruzione, che ha
radici profonde. Ma come per ogni grande rivoluzione servono anni, almeno una
generazione. Serve l'aiuto della comunità internazionale. E più di tutto mi
preme conservare la stabilità sociale e politica del Paese. La modernizzazione
può comportare un alto costo a scapito di ampi strati della popolazione".
Ma qual è la condizione dei diritti umani?
"Potrei rispondervi che è meglio che ad Abu Ghraib e a Guantanamo, però è
soltanto una facile battuta. Potrei dirvi dei mille e più prigionieri politici
liberati, delle nuove riviste. Ma lo ammetto: abbiamo regole severe. Da
sessant'anni viviamo in una situazione di costante pericolo, decenni di guerra,
di ostilità di Paesi pronti a rovesciare i nostri regimi, anni di terrore. Non
possiamo permetterci leggi normali. Almeno per ora".
Lei ha un rapporto ambivalente con gli oppositori. Li accoglie, ma li controlla.
"Riguardo ai dissidenti, io sono un uomo dalla mentalità molto aperta. Però non
posso consentire che creino problemi. Non sono qui come un impiegato, devo
occuparmi del mio Paese. Se a Hyde Park qualcuno attacca la regina, non succede
niente. Ma se qui ad esempio qualcuno per strada inveisce contro i cristiani, il
giorno dopo potrebbe scoppiare una guerra civile. Mi direte: è libertà di parola,
ma così naufraga il Paese".
Signor presidente, cosa teme di più in questi giorni?
"Il pensiero di quest'America armata che oggi si comporta come una superpotenza
priva di visione. Nessuno dei problemi che nel 2001 hanno portato all'attentato
contro le Torri gemelle e poi alla guerra contro Saddam è stato risolto. Anzi,
alcuni si sono aggravati, e la questione della stabilità più di tutti. Da
Damasco a Gerusalemme fino a Islamabad e a Kabul si estende un unico lungo
fronte di reclutamento del terrore. L'ultimo attentato in Siria è di poche
settimane fa, sulle montagne del Libano si sono insediate cellule di A Qaeda,
persino l'Italia era finita nel mirino".
Ma voi cosa potete fare contro il terrorismo?
"Io ho offerto a Washington il nostro aiuto. Prima o poi si accorgeranno che
siamo la chiave della soluzione. Siamo essenziali per il processo di pace, per
l'Iraq. Vedrete, forse un giorno gli americani verranno a bussare alla nostra
porta".
La repubblica 28 febbraio-2005
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