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La Sofferenze degli Siriani del Golan
Per tanto tempo la mia piccola ha creduto che mio padre fosse anche il suo: da quando è nata non mi ha mai sentito nominare mio padre o mia madre, ma quando l'ho accompagnata per la prima volta all'asilo nido mi ha chiesto improvvisamente con intensità e profondo pianto: "Mamma, ma dove sono i tuoi genitori?" Variano le parole, le storie, le immagini, ma tutto si lega nella tristezza, la sofferenza e le lacrime. Il periodo dell'assenza può essere breve come anche lungo, il nostro dolore grande o piccolo. Dimentichiamo... ricordiamo... soffriamo... piangiamo... cresciamo... e forse infine ognuno muore da solo, chi lo sa ?! E chi si occuperà di lui ?! Quando cresci e vivi in una lotta continua tra il tuo più piccolo, vecchio sogno e la tua felicità attuale - il sogno di tornare alla vecchia casa del quartiere e agli amici di quel posto che ha scavato nel cuore una lacrima che non si asciugherà mai o forse si asciugherà - questa lontananza ti spezza, ti uccide un poco, come quando ti abbandonano gli anni della vita di chi hai amato senza aver mai potuto ricongiungerti con lui (e questo è un altro tipo di morte). Quando esci da casa lasciando il volto della mamma bello e giovane, e torni dopo tanti anni per ritrovarlo ormai pieno di rughe e forse sei tu responsabile della metà delle sue rughe, allora sì che piangerai te stesso... e tua madre, perché non sai cosa vedrai o cosa sentirai la prossima volta. Forse basterebbe la storia di una sola famiglia del Golan per riassumere la disgrazia di un intero popolo, però narrare è anche una opportunità per sfogarsi...e non sappiamo se la ripetizione reiterata e la meticolosa enumerazione delle dure realtà saranno capaci di smuovere le coscienze dei governi e delle autorità. Forse un lettore lontano da noi penserà che siamo troppo appassionati alla sofferenza e alle lacrime... o forse gli parrà di guardare un vecchio film romantico... ma noi non possediamo che la nostra voce e le nostre lacrime... Il caso di Hayel Ieri Hayel è uscito dopo venti anni di prigionia trascorsi nelle carceri israeliane, la sua liberazione è dovuta al fatto che è stato colpito da un gravissimo tumore, ma è morto, dopo sei mesi passati nel dolore e nella sofferenza alleviati dalla misericordia delle infermiere. Hayel sognava i gelsomini dello Sham, sognava di mangiare la crema di mandorle come ci aveva raccontato Hadia sua sorella, che vive nello Sham e che non ha potuto vedere suo fratello e neanche condividere le sue gioie e le sue tristezze e neppure partecipare al suo funerale. Hayel ha a Damasco una sorella, zii e cugini - come tutti noi - ma nessuno ha potuto salutarlo nel suo ultimo viaggio se non tramite internet. Il caso di ‘Imàd Abù Sàlih Nonostante il dolore che provoca l'espressione parenti del defunto ‘Imàd Abù Sàlih, questo dolore ormai non muove più niente dentro di noi, forse a dimostrazione di quanto di vero c'è nella espressione: "In nome di Dio, diteci voi se esiste sulla terra uno che patisce quanto noi! Alla madre viene proibito di baciare per l'ultima volta suo figlio! Il padre viene privato del conforto di toccare le mani del figlio per tranquillizzarlo mentre è in agonia! Diteci, per Dio, chi può accettare tutto questo se non solo i morti?" Il tuo viaggio, caro ‘Imàd, che ci consegna a patire per sempre la stessa sofferenza, è una prova tangibile che noi siamo ormai dei morti che camminano, mangiano e bevono, siamo dei cervelli paralizzati, stanchi e distrutti dai conflitti e dal tanto camminare. ‘Imàd era un ragazzo nato nel Golan, i suoi primi studi si erano svolti a Damasco, dove si era anche sposato e aveva avuto due bambine. Adesso è morto, prima di abbracciare i suoi genitori e la sua città natale. C'è stato un terribile incidente a Damasco; il suo funerale si è svolto nel paese di Majdàl Shams, in modo se possibile ancor più tragico dell'incidente: sua moglie è siriana e per questo è potuta entrare nel Golan soltanto per il riconoscimento della vittima e solo così ha potuto incontrare per la prima volta i suoceri, ma il suo permesso di soggiorno valeva soltanto per un mese e alla scadenza è tornata in Siria appesantita dalla tristezza e da infinite domande... dove andrò a vivere adesso? dove cresceranno le mie bambine? Il caso di Huzàa' Non appena gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia, ha subito iniziato a narrarci i suoi dolorosi ricordi in modo molto dettagliato come se si trattasse della sua unica occasione per sfogarsi ed esprimere le sofferenze accumulate nel tempo: "Il mio sogno era quello di poter avere mio figlio Khuzàiì' accanto a me e di poter abbracciarlo, accarezzargli il viso, toccarlo dopo tutti questi anni, però..."Neanche un ultimo sguardo di addio, una carezza sul suo corpo ormai freddo, niente di tutto questo era concesso a questo padre che non poteva essere lì al funerale di suo figlio: "Tutti noi non possedevamo altro che il ritratto di Khuzàiì, toccavamo il vetro di questo ritratto nella speranza di poter trasmettere il calore della vita e del nostro incontro con lui, ma Khuzàiì ci aveva ormai lasciati due volte". Il caso di Um Khuzàiì ‘E una donna invecchiata prima del tempo, a causa della tristezza e della forte nostalgia per i suoi figli lontani dall'altra parte della patria, in Siria; qui nel Golan tutti la conoscono come una donna che ha vissuto sempre con la speranza di poter partire per la Siria e che per realizzare questo suo sogno continuava a compilare molte e ripetute domande. Ogni volta che tornava degli uffici diceva : "Ci hanno fatto delle promesse... penso che morirò dalla gioia non appena vedrò il mio nipotino Kùzàii ; ho racimolato mille dollari e ho preparato del buon pane, non serve più niente, la prossima settimana dovrei essere lì in Siria ..." . I giorni si susseguono, le settimane e anche gli anni, ma il fallimento e la delusione sono ormai molto più grandi del sogno. Il dolore e la tristezza l'hanno portata alla fine alla tomba. Il fato non le ha risparmiato il suo sarcasmo nero, perché ha voluto che la nostra nonnina morisse proprio nel giorno del matrimonio del suo adorato nipote, che ha saputo della sua morte solo l'indomani. E' morta di crepacuore, una madre il cui unico sogno era di abbracciare i suoi figli e i suoi nipoti ai quali voleva far conoscere il suo dolce affetto e raccontare quanto aveva sofferto aspettando il momento di vederli: trent'anni di tristezza sono più che sufficienti per strappare l'anima a una persona. Il caso di Um Ridwàn Um Ridwàn come tante altre madri convive con il dolore che le provoca insonnia e forte nostalgia: sua figlia si è sposata in Siria e in dieci anni ha potuto vederla solo due volte. Ora è un mese che la mamma si sta preparando per ricevere gli altri quattro figli che vivono in Siria anche loro e che non ha visto da quasi un anno, saranno da lei fra due settimane, però ...Wihàb e Ridàn verranno quest'anno, ma non troveranno nessuno ad attenderli, non sentiranno gli odori del cibo cucinato dalla mamma e non proveranno la gioia e la festa, perché la loro madre se n'è ormai andata carica del suo amore, della sua fatica e della sua speranza verso una vita migliore accanto a chi ama. Il caso di Najàh Questa donna è arrivata da sola nel Golan prima che suo marito completasse gli studi e si è trovata costretta a rimanere qui insieme a sua figlia per quasi un anno e mezzo: così soffre l'espatrio due volte, si sente lontana dai suoi parenti e da suo marito: "Ormai sono passati sette anni e ogni volta che li conto mi terrorizzo sempre di più perché la vita passa e noi siamo sempre immobili, costretti a vivere con una speranza, ma neanche la speranza serve perché svanisce essa pure. Come alternativa abbiamo scelto di incontrarci con i nostri parenti in un altro posto che non sia né la Siria né il Golan, cioè in Giordania, ma questo non risolve il problema, perché tutto è condizionato dal tempo, dallo spazio e dalla condizione economica. Non credo più nelle soluzioni di gruppo [nelle iniziative politiche dei gruppi etnici, ndr], ma nelle soluzioni individuali per poter aprire la strada verso la Siria: aspettare le soluzioni politiche è una cosa molto più pesante per noi e per i nostri sentimenti". Najàh continua dicendo: "La cosa più difficile è che dobbiamo mostrarci sempre più forti e capaci di sopportare la responsabilità della nostra decisione, loro [gli israeliani, ndr] dicono che noi sapevamo che tutto questo sarebbe successo, allora perché tutte queste lamentele adesso? Ma noi soffriamo lo stesso e ogni volta che ci capita di avere qualche incubo corriamo subito spaventati a telefonare ai nostri familiari, e tutto poi diventa così nero e difficile quando non si riesce ad avere la linea, quando la rete è intasata, allora sì che mi sento davvero morire... " Il caso di Maisàa' Maisàa' è qui da quasi due anni, aveva promesso a suo padre di tornare ma lui è morto prima di poter rivederla. "Non avremmo mai immaginato che la situazione e le leggi sarebbero diventate così rigide e difficili, il nostro unico peccato è quello di sposarci con coloro che amiamo, questo è il nostro delitto. Non potete immaginare i giorni che passo ricordando tutto del mio paese, mi manca molto camminare per le vie del mio quartiere, la casa e gli amici. Queste attacchi di nostalgia non toccano solo i parenti, ma desiderare di tornare a casa è una cosa terribile, sentirsi straniera è una cosa molto angosciante, i miei figli stanno crescendo senza che mia madre possa vederli e anche i miei nipoti dall'altra parte crescono in mia assenza..."Quando chiedo a Maisàa' di suo padre, le tornano in mente momenti molto difficili, legati alla notizia della sua morte: "Sento che sono la causa della sua morte, non ho potuto vederlo né prima né dopo, sino ad oggi immagino che sarà lui a rispondermi al telefono, ricordo la sua voce... le sue risate... le sue parole... e quando mi chiedeva dei bambini, non lo dimenticherò mai." Il caso di ‘Adiyyah ‘Adiyyah è una donna sposata da trentadue anni, ha trovato finalmente chi divida con lei la sua tristezza, le sue lacrime e una gran parte dei suoi ricordi, perché dopo trent'anni il suo primogenito si è sposato con una donna siriana come sua madre. "Sono qui nel Golan da trentadue anni, mio padre e il mio fratello più grande sono morti, nella mia famiglia sono nati molto figli che non conosco " Fàyzah rappresenta un altro tipo di sofferenza, quella dei giovani che crescono lontani senza conoscere i loro parenti dall'altra parte della patria, zii, nonni; poi, quando capita di incontrarli, separarsi da loro un'altra volta diventa più difficile. Mi dice Fàyzah : «La situazione adesso è molto difficile perché ho conosciuto tutti i miei parenti quando sono stata lì in Siria per studiare, desidero tornarvi almeno una volta, qui mi sembra di vivere in un'altra dimensione, mi sento felice solo quando vedo arrivare studenti universitari da Damasco, in loro sento il profumo della patria che ci unisce, dove ho vissuto bellissimi giorni ". Ahdàb invece ci ripropone la storia di sua suocera dopo trent'anni: "Il più tragico momento della mia vita è stato quando stavo per attraversare la frontiera, incollata alla mano di mio padre, gli avevo detto in quel momento: papà, ti prego non voglio attraversarla più, ma lui mi rispose con una grande forza ‘di' che vuoi tornare, pensa al ritorno'; la realtà però era più pesante di ogni cosa, mi ricordavo degli sguardi dei miei genitori mentre oltrepassavano con i loro occhi la frontiera per poter vedere il posto dove sarei andata a vivere, ma non si vedeva nulla né da Majdal Shams né da nessun altro villaggio. Fu questa l'ultima scena che vidi: occhi che mi trasmettevano amore, paura, insicurezza di fronte a un mondo del quale non conoscevamo nulla." Abituarci al dolore è la disgrazia più grande della nostra vita. Convivere con questo dolore come se facesse parte della vita può anche essere saggezza, quando il dolore diventa un destino dal quale non si può fuggire, come la morte, la malattia, però quando l'origine di questo dolore è un semplice sogno - il sogno di ritornare a casa per abbracciare i parenti - e quando coloro che ti impediscono di realizzarlo sono dei soldati o pratiche burocratiche molto lente è lì allora che ti senti una nullità, un essere che non è capace di fare niente dentro questo mondo ingiusto... e quindi abituarsi al dolore diventa così, una vergogna e una mancanza da parte nostra... Sto bene, anche la mia famiglia sta bene, però l'unica cosa che desidero è vedere la mia vecchia casa, per una sola volta, e vedere mia madre bussare alla mia porta in una dolce e tiepida mattina chiedendomi: «Che fai per oggi, sei impegnata?" . Dal Golan : Leila safadi Laureata in economia Direttrice della rivista Banias , prima rivista del Golan , zona sotto l'occupazione israeliana traduzione di Asma Gherib per comprendere il senso dell'articolo, occorre ricordare il divieto sia siriano sia israeliano alla libera circolazione fra le due zone; sul tema è attualmente in programmazione un interessantissimo film, opportunamente non doppiato ma con i sottotitoli, La sposa siriana (mezzocielo.it)
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