



"Attenzione, si rischia un'altra guerra"
Il ministro dell'informazione siriano Mohsen Bilal: "Troppe ambiguità nella
risoluzione Onu, potrebbero riprendere le ostilità". E sulle truppe
internazionali, comprese quelle italiane, dice: "Spetta solo ai libanesi
decidere come difendere il loro paese". Il bivio tra pace e guerra a cui è
arrivato il Medio Oriente, visto da Damasco
Stefano Chiarini, inviato a Damasco
Il Manifesto, 23 agosto 2006
"Il Medio Oriente si trova ad un bivio. O si imbocca la strada per uscire
dal tunnel della guerra nella quale la politica israeliana del rifiuto e dei
fatti compiuti ha costretto la regione, convocando una conferenza
internazionale di pace che porti ad un ritiro di Tel Aviv dai territori
occupati palestinesi, libanesi e siriani in cambio della pace, una Madrid II
o magari una Roma I, se l'Italia lo vorrà, oppure le probabilità di un
secondo round del conflitto in Libano e di una nuova guerra con Israele sono
assai maggiori di quanto si pensi. Soprattutto con questa amministrazione
Usa inebriata dai fumi del fondamentalismo".
Con queste parole di disponibilità a riprendere il negoziato, ma anche di
forte preoccupazione per una nuova guerra con Tel Aviv che molti in Siria
danno, se non si aprono nuove prospettive di pace, come inevitabile, il
ministro dell'informazione Mohsen Bilal - noto chirurgo, ex ambasciatore a
Madrid ed ex studente all'università di Bologna - ci esprime nel suo studio
alla televisione siriana, sulla centrale piazza Omawyin, il senso di
mobilitazione e di urgenza che pervade il suo paese, sempre più deciso -
dopo il fallimento dell'assedio Usa, il miglioramento della situazione
economica e la vittoria della resistenza libanese - ad uscire da una perenne
incertezza sul futuro e a riottenere, in un modo o nell'altro, dopo
quarant'anni di occupazione, le alture del Golan.
Nel suo ultimo discorso alla stampa Bashar al Assad ha riproposto con forza
la necessità di una rapida restituzione del Golan e per la prima volta da 33
anni un presidente siriano ha parlato di un possibile ricorso all'opzione
militare. Quasi la necessità di una spallata come quella del 1973 che poi
portò alla restituzione del Sinai all'Egitto...
L'obiettivo di liberare le alture del Golan è stato sempre al centro della
politica siriana ma ora la situazione è divenuta insostenibile. I territori
occupati palestinesi, le fattorie di Sheba, il Golan sono la radice del
conflitto e questo va risolto una volta per tutte con un approccio generale,
una nuova conferenza di pace come quella del 1991 basata sul principio di
uno scambio "pace contro territori" e cioè del ritiro israeliano sui confini
del 1967, la nascita di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme est,
e il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi. Per quanto ci
riguarda noi siamo pronti a riprendere le trattative al punto al quale erano
giunte ai tempi di Yitzhak Rabin. Non c'è tempo da perdere. Israele pensa
che il tempo sia dalla sua parte ma la guerra in Libano ha dimostrato il
contrario. Il suo rifiuto a trattare, le violazioni dei diritti umani e
della legalità internazionale, i veri e propri crimini di guerra commessi in
Palestina e in Libano, hanno creato un tale odio nei suoi confronti da
mettere in crisi qualsiasi discorso negoziale. In questo modo Israele sta
condannando i suoi figli ad un futuro di odio e di guerra permanente.
Occorre cambiare strada, altrimenti la nostra generazione sarà l'ultima ad
accettare l'idea che è possibile una trattativa con Israele.
E' possibile un secondo round della guerra in Libano e un suo allargamento
alla Siria?
Certamente. Israele continua il suo blocco aereo e navale del Libano,
continua ad occuparne alcuni territori e a compiere raid in violazione della
tregua come quello nella valle della Bekaa della scorsa settimana,
pericolosamente vicino ai nostri confini. Inoltre Tel Aviv sta già
rimettendo in discussione il cessate il fuoco sostenendo che la resistenza
dovrebbe disarmare e non usare più parte del proprio territorio, il Libano
del sud, mentre invece Israele avrebbe carta bianca per continuare i suoi
attacchi - con la scusa di bloccare presunti rifornimenti di armi alla
resistenza - e si riservano di estenderli anche alla Siria. Tutto ciò
dimostra che qualsiasi intervento, come la risoluzione 1701, che tenga conto
degli interessi di una sola parte e non coinvolga tutti i paesi della
regione sia in realtà destinato al fallimento. Una consapevolezza, questa,
che sembra aver consigliato alla Fancia una certa cautela nel decidere la
sua partecipazione alla nuova forza dell'Unifil in Libano.
Che pensa dell'invio delle truppe multinazionali anche italiane nel sud del
Libano?
Il nostro giudizio negativo sulla parzialità della risoluzione 1701 è noto,
così come la nostra convinzione che spetta solamente ai libanesi decidere
come intendano difendere il loro paese - e quindi il disarmo o meno della
resistenza - e non certo all'Onu. Le truppe dell'Unifil sono lì da molti
anni e hanno avuto problemi solamente da parte israeliana. Se le nuove forze
rispetteranno la sovranità del Libano e il suo diritto a resistere ad
Israele e a liberare i territori occupati non penso ci saranno problemi.
L'insuccesso israeliano nel Libano del Sud ha cambiato a suo parere la
percezione e, almeno in parte, la realtà dei rapporti di forza militari
nella regione?
Per quanto ci riguarda una ferma richiesta della restituzione del Golan è
stata al centro della politica della Siria da 1967 ad oggi, così come la
determinazione, basta ricordare il 1973, a liberarlo, preferibilmente con la
pace ma in caso contrario anche con la resistenza e la guerra. Indubbiamente
però la guerra in Libano ha reso evidente a tutti noi che la macchina da
guerra israeliana può essere fermata e che quell'esercito, considerato
invincibile, è stato bloccato da alcune migliaia di giovani combattenti
della resistenza libanese. E grazie a questa consapevolezza il Medio Oriente
di questa fine di agosto è totalmente diverso da quello di prima del
conflitto. La pace e la guerra non sono mai state così vicine.
Noi siamo ormai
pronti per entrambe.
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