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Come un piccolo Cremlino
nel deserto siriano, un'anima tutta al femminile
Il monastero di Seydnaya
il canto delle cupole d'oro
Le donne islamiche pregano la Madonna per avere figli

ABDUL, il tassista, mi aspetta all'alba in fondo alla gola sotto il monastero,
la giornata si annuncia tersa dopo la pioggia e il freddo del giorno prima. A
Oriente non c'è che la ferrovia, le ultime montagne brulle verso l'oasi di
Palmira, poi nient'altro che il deserto siriano. In quella direzione, spiega
Abdul, abitano gli Yazidi, setta irachena degli Adoratori del Diavolo. "Credono
che Lucifero sia stato perdonato da Dio e reinsediato a capo delle schiere
angeliche. Sono brava gente, non hanno mai fatto male a nessuno, ma hanno una
fama pessima. Sono maledetti da tutti". Mi sfiora l'idea di un'altra favolosa
deviazione, ma ora non c'è più tempo. Gerusalemme aspetta.
L'auto risale con larghe curve aeronautiche verso l'altopiano che porta a
Damasco, emerge nell'aria fine su uno spazio stepposo e senz'anima viva,
tagliato da un unico nastro d'asfalto. L'auto diventa un aliante, vola verso la
Terra Promessa su uno perfetto scenario teatrale: oltre il parabrezza, una
pietraia color senape, poi l'ocra della sabbia punteggiata da mulinelli di
vento, poi ancora il grigio-cenere delle colline, e infine, oltre il filo verde
dei frutteti, il bianco freddo del Monte Libano. Pare la gobba di Moby Dick.
Scintilla in un cielo turchese già mediterraneo, gonfio come una vela nel
Maestrale.
Pochi villaggi, soldati sulla strada, qualche mezzo blindato dell'esercito.
Israele e il Golan sono vicini, sto viaggiando su un'altra linea sismica. E
poiché proprio nei punti di scontro della politica maturano i frutti più puri
della fede, ecco laggiù il monastero di Ma'alula, mimetizzato sotto un
faraglione, in un paesaggio andaluso da Sierra Nevada. Abdul mi spiega la strada
per arrivarci a piedi, attraverso un canyon che ha il nome di Santa Tecla,
percorso da un torrente. Lo scendo velocemente, l'acqua canta fin sotto il
santuario bianco e dorato, con le sue silenziose da monache nere. Hanno appena
aperto i cancelli, nella cappella è cominciata la funzione, l'incenso vibra di
lumini e litanie.
Boris Nikolajevic Aradov compare allora. Entrando dal chiostro
pieno di luce, all'inizio è solo un'ombra con un'aureola. La barba gli splende
d'argento, ha braccia sono lunghe, ieratiche, le mani da contadino. Ma ecco che
si avvicina a un'icona in punta dei piedi, si prostra, tocca il pavimento, poi
si inarca all'indietro, alza gli occhi chiusi al soffitto e, con un gesto
rotondo simile a quello del seminatore di grano, porta sulla fronte la mano
chiusa alla maniera ortodossa, col pollice contro la punta delle altre dita. E'
solo il primo dei quattro gesti del segno della croce. M'accorgo che noi
occidentali, al confronto, disegniamo il Padre-Figlio-Spirito Santo con una
rigidezza da soldati.
Solo un russo sa fare a quel modo il gesto della cristianità. E' difatti è un
russo, un pellegrino di Stavropol, ha settant'anni, e viene dal Caucaso a piedi.
E' la quarta volta che tenta di andare a Gerusalemme, ma ogni volta, al confine
israeliano, lo rimandano indietro. Per questo ci riprova. "Dio, quanto vorrei
andarci prima di morire", dice segnandosi ancora. "Ho tentato da Cipro,
dall'Egitto, dalla Giordania. Niente da fare". Gli occhi emanano calma, mitezza
contadina. "Mah, Dio mi aiuterà", e si segna ancora. Ha sandali, un giubbino
leggero, un sacchetto di plastica con un po' di frutta e dell'acqua, un
tascapane fuori moda che gli pende all'altezza del fondoschiena, un bastone di
ciliegio a forma di croce con parole in cirillico incise sopra. Nient'altro.
Mi accorgo che ha fretta, mi porta nella sua stanza, dove un altro russo - un
compagno trovato per strada - sta chiudendo un sacco enorme per ripartire a
piedi verso Damasco. Si chiama Dimitri, è siberiano, ha 42 anni, è grande e
forte come un orso degli Urali. Gli chiedo se visiteranno anche chiese
cattoliche. "Solo in caso di grandi eventi - risponde - altrimenti andiamo in
quelle ortodosse. Solo lì riusciamo a pregare sentendoci a casa". Mi accorgo che
Dimitri è un uomo coltissimo, cita scrittori francesi, rumeni, inglesi. Rifiuta
la modernità, non prende mai aerei né treni. Si muove solo a piedi o in
bicicletta. Ma, a differenza del vecchio Boris, è divorato dalla fretta.
Chiedo a quei due di accettare un passaggio fino alla statale. Sono solo sei
chilometri, un piccolo strappo alla regola. Accettano, Boris scende al
parcheggio con la sua croce-bastone, ridisegna il suo ineguagliabile segno di
fede di fronte al driver, gli dà la mano con un sorriso di gratitudine. Ad
Abdul, che credevo un duro, luccicano gli occhi di commozione. Pochi minuti di
strada e ci abbracciamo accanto al guard-rail. "Te lo giuro amico russo - penso
fra me - ti farò avere un visto per Gerusalemme". E mentre di due se ne vanno
sulla superstrada, Abdul si svela: "Sono cristiano melchita", e tira fuori dal
cruscotto il rosario e la croce. Per delicatezza, non gli avevo chiesto la sua
religione. Ora sorride, anzi si mette a cantare.
Il monastero di Seydnaya - dedicato alla Madonna - è un piccolo Cremlino nel
deserto. Le sue cupole d'oro sovrastano il villaggio arabo come meringhe, il suo
interno ospita mosaici con l'effigie di Giustiniano e Teodora, trionfi di
penombre e candelabri fiammeggianti, monache con vesti nere che sembrano chador,
canti stupendi sospesi nell'aria. Duro da digerire un posto simile, per chi urla
allo scontro fra Cristo e Maometto. A Seydnaya vengono anche donne musulmane, a
chiedere a Maria la benedizione di far figli. Ma che cos'è, questa coabitazione
di Russia e deserto se non Bisanzio? Da dove se non da Bisanzio - la seconda
Roma - a' venuta l'anima di Mosca, la Terza Roma?
Dalla chiesa arrivano le note di un coro celeste. Le monache si affollano
attorno all'archimandrita, baciano le icone del sacro tramezzo verso la parte
segreta dell'altare. Il canto viene dall'alto, da una balaustra sopra la porta
d'ingresso. Cinque donne in nero. Non è un posto per uomini Seydnaya, la sua
anima è tutta femminile. Delle cinque voci, una si leva con purezza assoluta,
intesse senza ombra di esibizionismo la trama di un canto bizantino in lingua
araba. E' piccola, ha il naso a punta, ogni tanto si mette le mani sul volto
come sopraffatta dalla forza sua stessa voce, da una corrente divina che la
invade dall'esterno e la riempie di stupore. Ogni nota è come se dicesse: ma
come, sono io che faccio questo?
Ma ecco il primo pellegrino di area cattolica, in un angolo del monastero, che
tira il fiato su una terrazza verso il tramonto. Si chiama Gérard, è francese e
viene a piedi dalla Dordogna, una delle culle del monachesimo occidentale. Come
Boris è tostato dal sole, segnato da rughe, ha i capelli d'argento. Per il
resto, viene da un altro pianeta. "Je suis pas un pélérin", non sono un
pellegrino, spiega a scanso di equivoci. "La mia è una camminata mistica e
culturale, non vado a caccia di luoghi santi, mi basta la gioia di svegliarmi al
mattino". Ma poi l'Invisibile ci mette le coda: "Mia moglie è morta da poco,
faccio questo viaggio per ritrovarla. E per riconquistarla spiritualmente".
"Non sono una bestia della marcia, mi basta andare tranquillamente e farmi
un'idea dei popoli che incontro. Soprattutto della Turchia, che cerca di entrare
in Europa". Che impressione ne ha avuto? "Stupefacente. Quante lezioni potremmo
ricevere dai turchi noi francesi! Se non fosse per amore della solitudine, avrei
potuto accettare un invito ogni sera. Noi siamo chiusi, duri. I turchi sono
generosi, onesti, ospitali, curiosi e gentilissimi. Hanno un solo difetto, come
greci e italiani. Non concepiscono che tu possa muoverti a piedi, e pensano che
tu abbia la macchina guasta. Ma anche i siriani sono gente splendida. Pensi,
amico mio, tra Istanbul e qua ho avuto offerte di passaggio persino da
trattori".
(22 agosto 2005) La Repubblica
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