|
| |
Tuona e tira vento a Deir Mar Musa
la valle che a 1500 metri chiude il monastero di San Mosè
La neve cade
sopra al deserto
di PAOLO RUMIZ


TUONA e tira vento, il cielo si abbuia, la gola echeggia di belati. Fa freddo a
Deir Mar Musa, la pietrosa valle che a 1500 metri - tra Aleppo e Damasco -
chiude il monastero di San Mosé alto come una sentinella sul deserto della Siria.
Sto salendo a cercare Frédéric, un eremita francese di 32 anni che allestisce il
suo antro di preghiera, una delle centinaia di grotte abitate da secoli qui
intorno, per farne la sua abitazione. Ce ne sono altri come lui, sulle rocce
intorno.
Mi accorgo che il monastero giù in basso, altro non è che la reception di un
arcipelago di eremi, solitudini oranti disperse. Mansueti cani pastori mi
accompagnano in questo piccolo ouadi segnato da piogge antiche, disseminato di
escrementi di capra e microscopici fiori gialli, rossi, viola e blu, che vibrano
nel vento alpino. Le dolomie piene di cicatrici ocra e rosa, segnate da ghiaioni
e precipizi, invocano imperiosamente l'acqua che non viene, la valle chiusa
crepita di tuoni.
Frédéric lo trovo a orecchio, dal rumore amplificato della sua zappa che scava
nelle pietraie. Lo chiamo, mi aspetto di veder sbucare una faccia patita e
triste, o ferocemente aggressiva come quelle degli ultimi solitari del Monte
Athos.
Dalla scarpata, invece, si sporge nel vuoto un ragazzone dalla faccia di guida
alpina, biondo e allegro, che mi dice "Bienvenu" e mi spiega come aggirare lo
strapiombo che ci separa. Depone la pala, mi fa accomodare nella grotta dal
pavimento piatto in terra battuta, come poltrona indica un masso. E' la sua
casa, l'ha battezzata al femminile, Marie Magdalène, com'è giusto per questo
grembo di pietra. Sta lavorando al tetto, destinato a riparare il terrapieno
d'ingresso aggrappato alla parete con una muraglia costruita chissà quanto tempo
fa. Gli faccio la domanda più banale: "Perché?". E lui mi racconta la sua storia.

"Sono di Grénoble e ho viaggiato molto fin dall'adolescenza per dare un senso
alla vita. Cristo? Non l'ho mai cercato, è stato lui a trovare me. E' cominciato
a vent'anni, facevo il taglialegna in Alsazia, e un giorno, girando a suonare la
chitarra nei paesi come un "troubadour", trovai monete in una fontana e le rubai.
Ero al verde. Dopo un po' cominciai a sentirmi male, non era solo la vergogna,
era qualcosa di molto più forte.
Per liberarmi di quel peso diedi le monete ai poveri, e da quel momento i segni
si infittirono. Cominciai a leggere del monachesimo, m'innamorai dei copti
d'Egitto, vidi in loro il top della purezza".
E allora? "Ho lasciato tutto e sono partito per l'Egitto. Ma per strada sono
passato di qui, e ho trovato esattamente quello che cercavo. Un equilibrio
perfetto tra azione e contemplazione. Accoglienza e solitudine. Cristianesimo e
cultura araba dell'accoglienza. Così sono rimasto". Intanto nubi pesanti ci
avvolgono, colano nell'imbuto dell'ouadi, il freddo aumenta e comincia a
piovigginare.
Frédéric si fa il segno della croce. "Mon ami - sussurra come per non disturbare
la metamorfosi del cielo - hai portato l'acqua, non sai cosa significa per
questo luogo". Ci stringiamo nel fondo della grotta per ripararci dal temporale,
e dal quel momento non siamo più soli. C'è una presenza invisibile intorno.
Chiedo: questa grotta era già abitata? "Certo, trovo continuamente cocci di
ceramica. Ho la sensazione netta di riaprire un libro di storia e scrivere una
pagina nuova". Il buio cresce, batto i denti, tuona di nuovo, l'orlo della
grotta gocciola. Domando: i monaci morti sono ancora qui? "Certo, queste rocce
sono impregnate di preghiera".
In quell'attimo il vento cessa e una nube alpina color anice invade il nostro
precario rifugio. "Frédéric - chiedo ancora - loro ci stanno ascoltando?".
Stavolta risponde il cielo. La pioggia diventa grandine, il terrapieno
s'imbianca. In montagna nevica. Non succedeva da cinque anni. "Sono loro -
sorride dolcemente il francese - li hai sentiti".
Lampeggia, scendiamo al monastero sotto il diluvio, Frédéric urla nel vento,
impossibile sentirsi altrimenti. "Il senso di quest'acqua benedetta è nella sete
che l'ha preceduta! Per questo ho cercato il deserto! La sete del corpo aiuta a
capire quella di Dio!". Il francese si lascia inzuppare con gioia, cerca apposta
le pozzanghere con i sandali. "La fede è desiderio, e il desiderio passa
attraverso il corpo! Il mondo occidentale ha ucciso il desiderio ingozzando il
nostro corpo!". Arriviamo sotto il monastero, un quadrilatero di muraglie
vecchio di mille anni, quasi tibetano, accessibile solo da un buco alto un
metro, fatto apposta per tener lontani i briganti. Non ce lo vedo un Papa che si
mette gattoni per entrare qui dentro. Deir Mar Musa è un posto per duri.
Passando per quel tunnel buio, nonostante premurosi avvertimenti, do una zuccata
a un architrave nascosta, come tutti i nuovi venuti, e mi ritrovo dopo un attimo
in cucina, fradicio e intontito, davanti a un thé bollente. Ci vien da ridere: a
causa del freddo Frédéric ed io abbiamo il naso rosso come ubriaconi. Dalle
foresteria sento una voce stentorea che impartisce ordini in arabo. E' padre
Paolo, il leader gesuita che ha scoperto e restaurato questo luogo quand'era in
rovina. Esce in tonaca e ciabatte, è massiccio come un armadio, un "homo faber"
prima che un mistico, l'albergatore instancabile di una roccaforte visitata da
migliaia di pellegrini, un costruttore di ponti tra il mondo aramaico dei
cristiani e quello degli arabo-musulmani, tra i frutteti irrorati dal Monte
Libano e il deserto dei pastori.
Per arrivare quassù devi camminare mezz'ora in salita, ma l'afflusso è continuo,
stasera è previsto l'arrivo di un pullman di polacchi. Nessun filtro tra qui e
il mondo, nessuna reception come sull'Athos. Ci sediamo, scalzi, su un tappeto e
Paolo racconta. "Questo luogo è fatto per l'incontro fra cristiani e musulmani,
e questo incontro realizza la pienezza finale della nostra fede. Tutto è
orientato verso questa escatologia. Il monastero orientale fa parte del
paesaggio islamico fin dal tempo di Maometto. Quando il Profeta dell'Islam va
alla Mecca per scrivere il Corano, non fa che imitare i monaci. Sia per i
musulmani che per i cristiani, venire qui è come tornare alle sorgenti". Mentre
ascolto, un gattone grigio si sistema sulla mia pancia e comincia a ronfare.
Il cielo si pulisce, diventa madreperla, e verso il deserto si apre un doppio
arcobaleno. L'acqua della valle canta dopo la grande pioggia, l'ouadi è
ridiventato torrente. Fa un freddo becco, ma c'è il vento; i monaci portano la
biancheria ad asciugare, centinaia di lenzuola si gonfiano come vele, il
monastero pare un brigantino in navigazione sotto le stelle. Dalla cucina arriva
profumo di zucchine e pane, nella piccola chiesa - sotto gli affreschi di
Sant'Elia, San Paolo e di Cristo Pantokrator - si officia la messa del vespero,
col rito siro-ortodosso in lingua araba. La parola più insistente è "Nur", luce.
Poi, un canto: "Leila al illa, la illallah", c'è un solo dio, è la stessa
preghiera dei musulmani, ma priva della seconda parte: "e Maometto è il suo
profeta". Chissà cosa direbbe di tutto questo il Santo Uffizio a Roma.
Vado a nanna sopra la stalla, nella dependance dopo la fontana. Sento i belati e
l'odore del formaggio nuovo e del letame. I polacchi sono già arrivati, un
battaglione rumoroso fin troppo esuberante. Mi chiedo se l'incanto di questo
luogo saprà resistere alla sua visibilità, se questo ponte fra culture saprà
reggere all'urto dei profeti del malaugurio e ai pasdaràn di ogni fede. Un cane
pastore mi sorveglia, fiuta l'aria, mi lecca la mano. E' una femmina dal pelo
chiaro, Dada. Teme che mi perda, vorrebbe dormissi anch'io con le sue capre.
Fumo un sigaro sul balcone, l'aria profuma di neve, il generatore si spegne,
vedo l'ombra di Frédéric che sale alla sua grotta nel buio più assoluto.
(23 agosto 2005) La Repubblica
Policy HOME
Golan
Articles
| |
|