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Il Gesù di Damasco
cristiani prima di San Paolo
E' da un minareto nel suk della capitale siriana che Cristo
annuncerà la fine dei tempi, o almeno così dicono gli sciiti
di PAOLO RUMIZ

Il cruscotto psichedelico di Ahmed buca la notte verso Damasco,
incrocia camion sauditi illuminati come alberi di natale, affianca un serpente
di luci con le prime targhe irachene, si riempie di musica carovaniera, supera
un grande cartello azzurro con la scritta Baghdad, mi spinge in un dormiveglia
popolato di raffinerie illuminate (il Kuweit?), donne misteriose (Aleppo?) e
canneti nel vento (Nassiriya?) verso il Golfo Persico. E' un vero califfo Ahmed
il tassista. Pacioso e debordante, con in bocca sempre la stessa, fondamentale
parola-chiave: "No problem". Sul sedile posteriore uno scatolone di biscotti, il
narghilé, una scorta di bottiglie d'acqua, una coperta per dormire.
Alla fine dell'autostrada, la Capitale brilla sul fianco di una montagna come
una granita al limone, una cesta di diamanti nell'antro di Alì Babà, una
nebulosa di mille e una luce bianca completamente priva di tracce rettilinee.
L'aria è purissima, il deserto è vicino. Sei milioni di abitanti, ma non è una
megalopoli di alieni, è una città plurale dove ti senti a casa anche da
straniero, un centro che ha conservato parte della sua originale complessità. Ma
tutta la Siria è fatta così, il segno antico di Cristo è ovunque, dal Monte
Libano al deserto, visibile, sbandierato, diluito in una presenza islamica mai
totalitaria: quella discreta e tollerante degli Aleviti, i musulmani più vicini
a Gesù.
Il primo segnale parte nitido, poi un secondo, un terzo, un quarto rompono
definitivamente il silenzio. Non è più la voce preregistrata che esce in
simultanea dai minareti turchi. Quella dei muezzin siriani è un'anarchia
polifonica totale. Richiami striduli, baritonali, rauchi, lenti, nasali,
profondi oppure bassi come quelli di un pope. Un'onda sonora ramificata che
invade il labirinto con la prima luce del sole e ti conduce verso la grande
meta, la moschea degli Omeiadi. Un magnete della fede, nel cuore del bazar.
Mi fermo a parlare con tre donne in nero, accovacciate nell'ombra. Capiscono che
sono italiano. Una mi chiede soldi, un'altra mi dice di seguirla, si leva le
scarpe all'ingresso della moschea, traversa scalza l'immenso cortile inondato di
luce, si ferma nell'aria rovente col vento che le gonfia il sottanone, si gira
su se stessa, guarda in alto, dirige il mio sguardo verso un minareto sul muro
perimetrale esterno della moschea, e sibila: "Issa", Gesù. Ahmed conferma, è
Gesù. Il minareto è la torre dove Lui annuncerà la fine dei tempi e dividerà i
buoni dai reprobi. Qui a Damasco lo sanno anche i bambini.
La sciita mi fa ancora cenno di seguirla nella luce calcinata del cortile, mi
porta ululando piano all'ingresso principale della moschea. Ululano sempre
queste donne in nero, è come se il loro chador imprigionasse e lasciasse
sfiatare un dolore infinito. Accarezzano muri, baciano portali, biascicano
piangendo litanie. Dentro, un brusio di fedeli, mendicanti, turisti musulmani
con videotelefonini, una coabitazione di estasi e indifferenza, tecnologia
imbecille e proporzioni pitagoriche. La donna traversa i tappeti verso il centro
della moschea, si ferma davanti a un grande sarcofago appena visibile in una
gabbia di vetri verdi.
"Giovanni Battista", sussurra. E' la tomba di Giovanni Battista, traduce Ahmed
sempre più sicuro di sé. E' il mausoleo dell'uomo del Giordano, circondato di
pellegrini pachistani in lacrime, sauditi genuflessi, donne venute da chissadove
che infilano banconote propiziatrici in ogni fessura della tomba, bambini che
giocano sui tappeti. Un catafalco verde, come quello di Mevlana a Konja. E anche
qui, come nella casa dei dervisci, un'onda devozionale diretta, che by-passa
l'egemonia degli imam, richiama imperiosamente il cristianesimo dal cuore più
profondo dell'Islam. "Lasciati portare dall'onda del sacro", mi avevano
avvertito prima di partire i monaci di Bose in Piemonte. Ma stavolta non
immagino neppure lontanamente che la sorpresa è solo all'inizio.
Un antiquario tenta di accalappiarmi chiedendomi da dove vengo. Sì chiama Josef,
parla anche l'italiano ed è siro-cattolico. "Noi di Damasco - si vanta - siamo
diventati cristiani prima di San Paolo". Mi invita nella bottega; dalla terrazza
al terzo piano, spiega, potrò vedere tutta la città. Saliamo una scala a
chiocciola, sbuchiamo in un negozio ingombro di oggetti. "Ecco - dice - da
questa parte hai i tessuti dei musulmani. Qui i legni intarsiati dei cristiani.
E qui gli ottoni fatti dagli ebrei". In tre pareti, le tre religioni del Libro
sotto forma di suppellettili.
Ebrei? Ce ne sono ancora? "Ce ne saranno sì e no una ventina. Vivono qui da
tremila anni, il grosso se n'è andato dieci anni fa, con gli accordi di Madrid,
dopo la prima guerra del Golfo". Sento che il viaggio mi porta indietro nel
tempo con una logica di ferro. Ogni monoteismo rimanda al suo predecessore. La
donna sciita mi ha spedito da Cristo, ora il cristiano mi spedisce dagli ebrei.
Dalla terrazza l'antiquario indica la sinagoga, lontano, in un labirinto simile
ai Bassi napoletani.
Chiedo ad Ahmed se se la sente. "No problem" risponde senza scomporsi. Damasco e
Gerusalemme sono ancora in guerra, le linee telefoniche tagliate, ma noi
partiamo in cerca di ebrei nel cuore del bazar. Idea talmente folle da essere
fattibile. Where is haus yahuddin? "Ici très peu de juifs"; "Juifs allés, allés".
Pochi ebrei, ebrei partiti. Ma tutti collaborano a orientarci senza imbarazzo.
Il quartiere non ha perso la memoria. Un ciabattino mi disegna una mappa, il
falegname ci manda nella bottega di un robivecchi. Ormai navighiamo a vista,
Ahmed è stupefatto. Ha vissuto 20 anni a Damasco ma per quelle strade non c'è
mai stato.
Il macellaio mi manda dal panettiere, una stanza rovente come l'antro di Efesto,
col forno che inghiotte pagnotte e le cuoce in un attimo gonfiandole come
palloni. Distribuisco sigari, i lavoranti ci regalano pane caldo. La gente dei
vicoli lo compra appena fatto dalla finestra della bottega. Chiedo: "La sinagoga?
Dov'è la sinagoga?". Un cliente indica una casa sprangata con catene, ripete "Yahuddin",
m'accorgo che il rione è pieno di case chiuse, il segno di un epico trasloco.
Riparto per stradine coperte di vite americana.
Un nome, via El Katateeb, un patio con alberi di fico, mosaici e immondizie,
miseria e nobiltà. Poi le mura della scuola ebraica fondata appena 15 anni fa e
subito abbandonata. Una custode ci caccia via. La scuola è diventata di Stato,
il suk della storia ha inghiottito anche questo.
Me ne vado, ma con la strana sensazione di essere a casa, protetto da un'unica
confraternita mercantile, come se il bazar fosse abitato da ebrei travestiti da
musulmani, un popolo di Zelig dove la parola "levantino" diventa di colpo
trasparente.
(24 agosto 2005) La Repubblica
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