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Aleppo, favolosa città-bazar
dove le donne non si coprono
Tra i luoghi più affascinanti d'Oriente è diventata il rifugio
dei cristiani cacciati in massa dai signori di Istanbul
di PAOLO RUMIZ
  
La Siria si annuncia con odore di lenticchie, reticolati, camion in attesa,
uomini in ciabatte che fanno la fila all'ufficio passaporti e un poliziotto
identico a Saddam Hussein che mi controlla le date dei timbri con la sigaretta
accesa sulle ventitré. Cresce visibilmente l'onnipotenza della burocrazia, ma
anche l'abilità di by-passarla. Per cinquanta euro, il tassista che mi porta da
Antiochia ad Aleppo dribbla code, garitte e controlli militari lanciando agli
uomini in divisa veloci sguardi d'intesa subito ricambiati. Ma il cambiamento
più visibile è un altro. Gli sguardi verso le femmine diventano ostentatamente
famelici.
E qui viene il bello. Le donne non si coprono affatto. Non tutte almeno. Alla
fila per la dogana intravedo due puledre brune con scollature trionfali, tacchi
alti e gonne al ginocchio. Penso a viaggiatrici incoscienti, e invece no:
parlano arabo. Sono siriane di Aleppo, e per giunta cristiane. Hanno la croce
che scintilla sul seno, una di ametista, l'altra d'oro e brillanti. Croci
quadrate, ortodosse, palpitanti, ostentate come bandiere in mezzo alle musulmane
occhi-bassi nei loro veli scuri. Portate con orgoglio assai più che con
civetteria.
Succede che nella repubblica islamica di Siria, Paese arabo e candidato
Paese-canaglia nello scadenziario bellico di George Bush junior, i cristiani se
la passano infinitamente meglio che in Turchia. Non vivono la loro fede in semi-clandestinità,
ma la sbandierano. L'arrivo ad Aleppo è uno choc dopo il vuoto anatolico. Chiese
strapiene di fedeli, vibranti di orazioni forti come tuoni, più affollate di
qualsiasi chiesa europea. Chiese aperte, senza guardie armate, senza metal
detector. E piene di donne in fiore che scoprono le ginocchia come segno di
libertà che fa la differenza, senza che per questo gli imam lancino maledizione
alcuna. Chissà quanto durerà, con l'aria che tira, questa pacchia di tolleranza.

Aleppo è una Polinesia del cristianesimo. Non dipende solo dall'antica
discendenza aramaica e cristiana della Siria. E' che la città-bazar tra le più
favolose d'Oriente, è anche la più vicina alla Turchia ed è diventata per questo
il rifugio dei cristiani cacciati in massa dai signori di Istanbul. Antiochia
per esempio, la città dove è nato il cristianesimo, ha cinque patriarchi, ma
nessuno di essi ci vive. Sono tutti all'estero, e tre su cinque stanno ad
Aleppo. Caldei, greci, armeni, siriaci, cattolici, ortodossi, nestoriani. I
resti di un mondo plurale da sempre diviso, illuminato da roghi, terremotato da
eresie, scomuniche, fanatismi e guerre dottrinali, qui si ritrova unito in
esilio, in una miracolosa polifonia della fede.
Cinquanta chiese nel solo centro storico: da dove cominciare? Busso al vescovado
dei greci, mi apre un diacono pallidissimo, efebico e senza voce (per un pope
perdere le corde vocali è un handicap grave, le messe ortodosse sono tutte
cantate). Capisce che mi sono perduto, mi fa accomodare sotto un fico, nel
patio, e disegna pazientemente a matita una mappa della città. In un surreale
silenzio, dispiega davanti ai miei occhi, su un foglio, tutto l'arcipelago
cristiano.
Una ventina di confessioni in tre chilometri quadrati. Una densità da mal di
testa. Un labirinto immerso in fiume di folla vociante dove la chiesa confina
col ciabattino, la birreria e la moschea si trovano dirimpettai, il campanile
suona più forte del minareto. Ad Aleppo il venditore di liquirizia lancia il suo
richiamo davanti al negozio di arredi sacri, e le donne coperte dei musulmani si
mescolano senza problemi con le greche e le siriane dai labbroni rosso ciliegia,
davanti alle gioiellerie e alle boutique di biancheria intima.
I turisti occidentali viaggiano solo in branco, hanno paura di chissà che cosa.
Mi accorgo che sono l'unico straniero che si muove da solo. Davanti alla chiesa
dei siro-ortodossi trovo tre italiani spaventatissimi - due uomini e una donna -
guidati da un profeta pazzo annunciatore di sventure. "Pregate che l'ora è
vicina, nessuno ci crede ma la parola di Dio si compirà, nemmeno Sodoma e
Gomorra ci credevano. In Siria se un cristiano da una sberla a un musulmano va
in galera, se un musulmano ammazza un cristiano, non lo tocca nessuno".
Lo guardo bene, ha gli occhi folli di Achab durante la caccia alla balena bianca.
Ha un barbone grigio arruffato e sfugge a tutte le domande dirette. Il dialogo
si svolge più o meno così. Di dove sei? "Vengo dal cuore di Dio". Dove vai?
"Dove vuole il Signore". Dove sei stato? "In novantadue Paesi diversi". Chi sei,
come ti chiami? "Volevano farmi vescovo di Aleppo, ma ho rifiutato". I tre che
accompagnano il guru (poi saprò il suo nome e i suoi precedenti truffaldini)
pendono dalle sue labbra e aspettano tremando Armageddon.
Verso le 11, in mezzo alla folla del suk, mi imbatto in un serpentone candido di
bambine in vestito da sposa, tutte riccioli, fiocchi, angeliche alette dietro le
scapole. Sono siro-cattoliche e vanno cantando alla prima comunione in mezzo a
nuvole di incenso. Le seguo, è uno spettacolo da non perdere. Le bimbette, sui
sette-otto anni, hanno come scorta un servizio d'ordine di scout e ragazze in
divisa. Mica roba da oratorio come da noi: no, tacchi alti e permanente per le
femmine, vestito da Rambo per i maschi.
In sacrestia i bambini sono già schierati, in tenuta candida da fraticelli;
attorniano un prete gigantesco con una jellaba altrettanto enorme, lo
abbracciano, lo baciano, lo chiamano "Abuna", cioè "Don" in lingua araba. "Abuna,
abuna, abuna Razou!" Razou è il nome di questo prete-papà dall'autorità
indiscussa su cui i bambini si buttano come fosse un materasso. Sui banchi della
chiesa attende mezza borghesia siriana di Aleppo. Sembrano stranieri venuti da
lontano per un matrimonio. Hanno facce meno arabe persino dei siciliani.
Sembrano mitteleuropei, l'ordine è svizzero, l'eleganza italiana,
l'ambientazione da spy story anni Venti.
Non c'è coprifuoco la notte ad Aleppo. Il fiume di gente non si ferma mai tra il
centro, il bazar e la gigantesca fortezza araba illuminata che pare uscita dal
"Signore degli Anelli". Il glorioso hotel Baron, dove passarono Churchill e
Lawrence d'Arabia, è diventato un costoso rudere per orfani dell'Orient Express,
e dopo mezzanotte, viste le imposte fatiscenti e il caldo, è difficile convivere
con le urla dei gatti e la puzza delle immondizie che si ammonticchiano sul
retro. Così non ti resta che uscire e inseguire il sogno di una birra.
"Fatti l'ultima bevuta in Turchia" mi avevano detto prima di partire dall'Italia,
conoscendo la mia dipendenza dall'orzo fermentato freddo. Esco, quindi, con poca
speranza. E invece, di nuovo, il pregiudizio occidentale va in frantumi. La
birra c'è, eccome. Non d'importazione. Siriana, con fabbrica a Damasco. Non
serve nemmeno rintanarsi in un ristorante per stranieri, puoi servirti
all'aperto. Nella zona dei saponi - i mitici, verdi, profumati saponi di Aleppo
- c'è anche un chiosco con vini di ogni tipo, superalcolici, e ovviamente la
birra. La quale nacque, pare, proprio da queste parti, tra il Nilo e il Tigri.
Faccio in tempo di passare alla messa notturna dei greci; ormai le litanie,
l'orzo fermentato e l'eros delle cristiane d'Aleppo, miscelandosi in terra
islamica, creano l'ebbrezza di un cocktail sconosciuto. La chiesa è piena come
il Gange a Benares. Dal canto baritonale dell'archimandrita emergono parole
arabe prima sentite solo in moschea: Bizmillah, Rahmanir, Allah, Salam Aleikum.
Che tempesta nell'anima. Ripenso alla frase "Radici cristiane dell'Occidente" e
mi vien da ridere. Vedo Nicola, il santo d'Anatolia, vestito in rosso Coca-Cola,
in mezzo a bimbi grassi e biondi e non posso più trattenermi. Devo uscire, farmi
largo tra la folla per liberare una risata lunga, talismanica, che si perde
verso la periferia e il deserto.
(20 agosto 2005) La Repubblica
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